Chi ci conosce sa quanto crediamo che la flessibilità (ad esempio sotto forma di settimana corta), sia un asset fondamentale per la felicità dei dipendenti e il successo di un’azienda.

È uscito, a questo proposito, un articolo sul Corriere della sera in cui la giornalista Valentina Iorio intervista Federico Bianchi e Rosario Carnovale di Smartworking srl.

Il tema è la settimana corta e i suoi benefici che sembrano crescere giorno dopo giorno.

I vantaggi della settimana corta

A partire dall’esperimento britannico che ha conquistato il news feed dei social delle ultime settimane si è poi arrivati a parlare dei vantaggi che la riduzione da 5 a 4 giorni lavorativi porta con sé. Tra questi:

  • una maggior attrattività e innovazione organizzativa
  • un’apertura nei confronti della Gen Z
  • un senso di appartenenza più forte nei confronti dell’azienda
  • una maggiore produttività

La produttività viene lesa?

La preoccupazione più sentita rimane quella legata all’organizzazione. Come gestire i team e il lavoro? Perderemo in produttività? 

Domande lecite se non fosse che la produttività non è legata alla modalità di lavoro (ore passate in ufficio, giorni in smart working). Ormai questo dovremmo averlo compreso e fatto nostro come concetto. 

La produttività non viene lesa se il team è in grado di organizzarsi. La settimana corta puo’ diventare uno stimolo in questo senso. Non a caso, l’esperimento britannico è stato un successo e la produttività non ha subito nessun calo.

A beneficiare dei vantaggi della settimana corta sembrerebbero quindi essere entrambi, lavoratori e azienda. Maggior tempo da dedicare a se stessi a parità di efficacia sul lavoro.

Settimana corta lavorativa, non solo nelle multinazionali.

Noi di Smartworking srl – specializzati in flessibilità lavorativa – siamo da subito tra i sostenitori e promotori dell’iniziativa.

Dopo il successo del primo esperimento britannico, con il recente plauso del sindacato Cisl, anche in Italia si sta muovendo qualcosa così da allargare lo spettro delle aziende potenzialmente interessate.

Tra i pionieri nel settore socio-assistenziale e sanitario, Fondazione Colleoni ha da poco istituito la settimana corta nella sua sede centrale. Ne parliamo con Paolo Cerruti, Direttore Generale.

Com’è nata l’iniziativa della settimana corta?

“Nella primavera del 2022, dopo due anni per noi incredibilmente faticosi a livello organizzativo ed economico a causa del Covid. A seguito del blocco degli straordinari per tutti gli uffici di staff, con la Responsabile HR abbiamo pensato all’introduzione della “Settimana Corta” per ridare spinta e motivazione ai nostri collaboratori. La proposta è stata accolta con grande entusiasmo sia dal Consiglio di Amministrazione che dai collaboratori della sede direttamente interessati”.

Da dove siete partiti?

“Siamo partiti con una esperienza pilota di 3 mesi, gestita in autonomia dato il numero limitato di dipendenti nella sede centrale di Castano Primo. La notizia agli interessati è stata comunicata tramite una riunione, nella quale abbiamo anche condiviso le nuove modalità di gestione della settimana che consiste nella riduzione di una mezz’ora della pausa pranzo e ingresso, in modo da mantenere il monte ore totale settimanale”.

Siete pionieri nel settore, qual è stata la sfida più grande da affrontare?

“La sfida maggiore è stata – ed è ancora – quella di relazionarci con le aree operative (ovvero i servizi gestiti dalla Fondazione come residenze per anziani, centri diurni, assistenza domiciliare, case albergo…) che faticano a comprendere la chiusura della sede centrale di venerdì. Un’assenza mai totale data la natura della nostra attività: da sempre infatti – weekend compresi – sono attive tutte le reperibilità necessarie. Il settore è un settore ancora molto tradizionalista come impostazione del lavoro, dove la “presenza” la fa ancora da padrona sui processi, l’obiettivo è quello di creare un equilibrio non basato sull’emergenza (tipico: dalla struttura devo avere subito una risposta dalla sede) ma basato su programmazione e procedure”.

VisionAlps è la prima iniziativa B2B in Italia dedicata alla “digital transformation of Alps” e il loro podcast approfondisce proprio le attuali tematiche legate alla trasformazione digitale delle Alpi. Per una puntata è stato ospite Federico Bianchi, Founder di Smartworking srl che supporta l’integrazione dello smart working a livello aziendale già nel periodo pre-pandemia. Oggi ci racconta come punti a soddisfare le nuove esigenze delle imprese, risolvendo non solo problematiche infrastrutturali ma anche organizzative. Per ascoltare la puntata del podcast clicca QUI.

Partiamo appunto da Smartworking srl, che cos’è, quando è nata e perché è un dato importante da sottolineare?

Sì, grazie di questa puntualizzazione. Noi siamo nati nel 2015, quando il mondo cominciava ad affrontare le tematiche del lavoro a distanza. Tematiche nate tanti anni fa che oggi in Italia stanno cominciando a fare breccia nelle organizzazioni. Il nostro approccio è quello di aiutare le organizzazioni e supportarle rispetto ai nuovi modi di lavorare, attraverso un percorso di facilitazione, ma anche fornendo servizi e strumenti per affrontare le nuove modalità di lavoro che vedono nel lavoro per obiettivi e nel concetto di purpose gli elementi caratterizzanti.

In questo articolo puoi leggere nel dettaglio cosa vuol dire smart working per noi.

Nati nel 2015 prima della pandemia che sappiamo tutti essere stato un forte acceleratore per quanto riguarda lo smart working. Ma quali erano i problemi che pre-Covid avete riscontrato nell’organizzare questa modalità di lavoro?

Prima del Covid c’era sostanzialmente un forte timore da parte dell’organizzazione. Ci si chiedeva se ci si potesse fidare delle proprie persone e c’era sempre una paura rispetto al fatto di far lavorare le persone da casa. Poi ogni tanto succedeva che alcune persone non stessero bene un giorno della settimana, c’era però una consegna importante, il portatile era a casa e a quel punto faceva comodo che quel singolo completasse le attività, seppur da casa. 

Se andate ad intervistare aziende che stavano avviando i progetti prima del Febbraio 2020, vi diranno che il grande timore riguardava diversi temi: Chi lo può fare? Per quanti giorni? Solo le figure apicali? In certi contesti invece poi la pandemia ci ha messo di fronte alla necessità. 

Io conosco aziende che prima erano consapevolmente contrarie al fatto di avviare progetti di smart working e che poi, di fronte alla pandemia, hanno iniziato a rastrellare il mercato alla ricerca di computer portatili perché altrimenti l’attività della propria azienda si sarebbe inevitabilmente bloccata. Quindi di fronte alla necessità si è abbracciata la circostanza. Il nostro ruolo pre pandemia era molto diverso da quello di adesso. Allora era quello di aiutare le organizzazioni nel buttare il cuore oltre l’ostacolo, come si dice. A valle di una verifica tecnologica per essere certi che ci fossero le condizioni minime per poter lavorare in un certo modo, quello che dicevamo all’organizzazione era: si può fare, si deve fare, perché se non lo fate vuol dire che non vi ponete la domanda di come sarà il lavoro del futuro. 

Io ho due figli di 8 e 10 anni e mi auguro che il loro modo di lavorare non sarà più vincolato allo spazio e al tempo, ma sarà un modo di lavorare più libero, più legato agli obiettivi. Oggi il mio dubbio è quanto le organizzazioni saranno pronte, tra una decina/dozzina di anni, ad affrontare questo cambiamento?

Noi abbiamo sempre spinto le nostre aziende a provare e sfruttando la sperimentazione come contesto all’interno del quale cogliere le informazioni necessarie per poter capire quali fossero i limiti di questo modo di lavorare, quali problematiche portava con sé e così via. La connettività è quello che mi serve per poter lavorare da remoto. Ho cambiato il mio modo di lavorare, magari sono diventato anche freelance nel frattempo, quindi ho abbandonato il lavoro dipendente e ho deciso di essere un consulente e questa cosa mi permette di affrontare il lavoro in maniera diversa. Ma la domanda è: nelle organizzazioni, che cosa succede? E questo è il grande tema. Anche perché il il rischio è che se non si fa veramente una transizione nei modi di lavorare e non si passa ad un lavoro per obiettivi con i giusti strumenti e che abbia anche la digitalizzazione come obiettivo, si ritorni un po’ alle vecchie modalità.

Ci troviamo oggi, dicevi prima, in una fase ibrida, nel senso che abbiamo scoperto quali sono i vantaggi dello smart working però allo stesso tempo si è anche tornati negli uffici e questa può rappresentare un’ulteriore difficoltà?

Assolutamente sì, infatti diciamo che il lavoro, come si usa dire adesso, ibrido è sicuramente più complesso del lavoro totalmente in remoto. Ovvero, noi prima eravamo abituati pre Covid a lavorare principalmente in presenza, il lavoro durante la pandemia ci ha fatto capire che la maggior parte, o quantomeno tutte le attività che hanno carattere individuale, si possono svolgere meglio da casa, in solitudine, piuttosto che in un contesto di ufficio dove c’è chiaramente disturbo e interruzioni, e la produttività può così di fatto aumentare.

Il problema dove sorge? Il problema sorge quando io mi devo relazionare e collaborare. La collaborazione può essere risolvere un problema tecnico, risolvere un problema tecnico/ amministrativo, oppure essere creativi oppure fare una riunione di team. Ecco qui il sistema comincia a scricchiolare, nel senso che prima erano abituati alla presenza, durante il Covid siamo stati abituati a essere ciascuno nella propria abitazione e diciamo che in qualche modo si è portato a casa l’obiettivo. 

Adesso siamo in una situazione ibrida, nel senso che io organizzo una riunione e non ho la certezza che il 100% delle persone sia in presenza o da remoto. Questa cosa, tra l’altro, ha anche un aspetto tecnico non banale, cioè che una riunione dove 3 persone sono in presenza e 3 sono da remoto rischia di essere molto poco efficace dal punto di vista tecnico se non ho gli strumenti adeguati.

Quindi è un problema non tecnologico, è un problema organizzativo?

Esatto, perché il problema tecnologico, come ad esempio nella riunione ibrida, entra in maniera prepotente, ma il vero tema è quello organizzativo.

Le organizzazioni devono imparare ad affrontare la gestione dei propri team in modo tale che la riunione sia un momento nel quale si condividono problematiche, opportunità, necessità e in un certo senso ciascuno si assume la propria responsabilità rispetto a degli obiettivi che il team deve raggiungere. 

Solo a quel punto ciascuno è libero di lavorare nel tempo e nei modi che preferisce. Questo vuol dire lavorare per obiettivi. Invece la riunione non è efficace se intesa come continuo allineamento, perché non sono magari chiari gli obiettivi che dobbiamo raggiungere o questi sono in continuo cambiamento.

Le riunioni svolte in maniera ibrida sono sicuramente meno efficaci, quindi c’è un po’ la tendenza a ritornare in ufficio perdendo l’occasione di fare un cambio di paradigma, di passare dal lavoro, appunto basato sui task, sulle attività, in un certo senso assegnate ad una logica per cui il manager si pone come colui che cerca di tirar fuori il meglio dalle proprie persone e creare il contesto affinché ciascuno svolga al meglio il proprio lavoro. E poi ciascuno lo realizzi ovviamente.

In tutto questo il vostro ruolo è anche quello di valorizzare gli aspetti positivi e limitare invece quelle che possono essere le controindicazioni?

Sì, assolutamente, il nostro è un approccio non dogmatico.

La cosa importante è che le persone e le organizzazioni siano consapevoli di ciò che funziona e di ciò che non funziona al proprio interno e se lo dicano in faccia. In sintesi: Io vivo un’esperienza di lavoro ibrido, ci saranno delle cose che funzionano molto bene, altre che non funzionano. L’importante è cominciare a dirsele e poi affrontare la crescita dell’organizzazione per fare in modo che queste problematiche vengano risolte. 

Il nostro ruolo è in un certo senso essere un po’ degli specchi, chiaramente degli specchi che portano attenzione sui temi centrali evitando di focalizzarsi sulle cose futili. Però il tema è essere capaci di cambiare, perché tra l’altro il futuro delle organizzazioni è il continuo cambiamento, al di là dello smart working. Il mercato è in continua evoluzione e se io non sono in grado di ascoltarmi e ascoltare il mio mercato per capire quali sono i cambiamenti che devo apportare ai miei prodotti e ai miei servizi rischio di andare fuori dal mercato. E se io non ho un meccanismo di ascolto dei clienti e dei lavoratori non avrò mai un approccio cosiddetto agile al mio business. 

Quindi è comunque una cultura dell’innovazione, non è la cultura dello smart working, la cultura dell’innovazione che deve entrare in azienda, sia, nei processi primari, ma anche nel modo di lavorare.

Il più delle volte la tecnologia è dalla nostra, altre volte invece ci complica un pò le situazioni. Ecco questa volta la diretta ha regalato gioie ma anche dolori. Per il nostro nuovo format “Colazioni Agili” giovedì 25 marzo avevamo in programma di intervistare Stefano Porta, Amministratore Delegato di ODM Consulting, società esperta di consulenza organizzativa e Risorse Umane. A causa di problemi con l’audio i primi venti minuti della diretta sono risultati essere praticamente incomprensibili, per questo motivo abbiamo deciso di trascrivere la prima parte dell’intervista. Per non perdere molti degli input forniti da Stefano, estremamente interessanti, e per valorizzare ancora di più lo scambio avvenuto. Eccola.

Come stai? Come stai affrontando questo momento?

Dal punto di vista casalingo uno dei problemi che sto maggiormente riscontrando riguarda la gestione della quotidianità familiare, io sono di origine valtellinese, ho l’ufficio a Milano e una bambina di 4 anni. La vera sfida, sia per me che per mia moglie, è trovare lo spazio per lavorare e riuscire ad integrarsi quando serve. Stiamo cercando di gestire al meglio, come penso tanti, questa situazione che aumenta lo stress e le tensioni, ma l’obiettivo è quello di dare comunque serenità ed equilibrio alla famiglia. 

Dal punto di vista professionale la situazione è tosta: gestionalmente parlando la sfida principale riguarda tenere il team unito e motivato e fortunatamente, per il mestiere che facciamo, non è tanto la distanza ad impattare. Facevamo smart working anche prima del Covid, grazie anche al supporto di Smartworking srl. Le problematiche riguardano più che altro l’ascolto dei clienti e la comprensione del fatto che spesso l’attenzione è altrove. A differenza delle prime ondate, questa volta il Covid è entrato in azienda, ma il nostro obiettivo professionale rimane quello di tenere la squadra unita internamente ed esternamente e di riuscire sempre ad ascoltare quelle che sono le esigenze dei clienti. Siamo tutti sulla stessa barca e bisogna un pò darsi una mano. 

Cosa vuol dire per te lavorare smart (al di là della situazione emergenziale)?

Vuol dire trovare un equilibrio professionale diverso da prima. Organizzarsi per essere più imprenditori di sé stessi. Essere fortemente orientati agli obiettivi e non ai compiti. Vuol dire avere, nel rispetto di una pianificazione aziendale e commerciale, la libertà di decidere quando, dove e come svolgere il proprio lavoro.

Un esempio: per me la macchina è parte integrante della (mia) attività smart, perché è lì che concentro le attività di call e meeting (quando faccio il tratto di strada casa-lavoro per ottimizzare e risparmiare tempo).

Oggi per me lo smart working vuol dire well-being: mi permette di governare bene gli spazi dentro i quali mi sposto. Ovviamente tutto questo va visto in un’ottica di pianificazione che tenga conto anche dell’organizzazione e della flessibilità dei colleghi. Lo smart working dal mio punto di vista esaspera l’esigenza di non avere solo un’organizzazione individuale ma di ufficio complessiva (noi evitiamo ad esempio di intossicarci di connessione, con attenzione agli orari di tutti). 

Smart working è sia un approccio culturale e manageriale, sia un modello organizzativo molto fluido che fa fatica all’inizio ad essere messo in pratica, non è la soluzione a tutti mali, ma sicuramente è una soluzione che se gestita bene genera equilibrio.

Come vedi il futuro del tuo ruolo e delle risorse umane in generale, come credi che cambieranno?

Cambiano gli obiettivi e l’interpretazione che viene data loro. 

Ci sono una serie di sfide che in questo momento vanno gestite: la prima è aiutare le persone a guardare avanti. In questo momento in tutte le aziende ci sono persone in difficoltà, sia per motivi personali che professionali, bisogna cercare di garantire ai propri collaboratori (con tutte le difficoltà del caso) le migliori condizioni possibili in cui lavorare. 

Bisogna aiutare le persone a lavorare nell’incertezza, che sarà forte, non solo nei prossimi mesi ma nei prossimi anni. È necessario gestire i paradossi, gli opposti, i momenti di up e di down continui, valorizzare il lavoro, rendere le persone consapevoli del contributo che danno perché questo aiuta sia l’individuo sia il professionista. Lavorare non isolati, concentrandosi sia sull’individuo che sul team perché se quest’ultimo è forte aiuta anche il singolo in difficoltà. 

È necessario portare le persone ad innovare e ad imparare continuamente: il Covid ha generato anche dal punto di vista del pensiero e dell’innovazione tantissime novità e in parte ha rallentato quello che era il classico processo del business orientato “all’oggi”.  Ci ha portato a ragionare in prospettiva.

Per il mio ruolo servirà:

  • Apprendimento continuo;
  • Motivazione ed engagement;
  • Un po’ di leggerezza verso le persone, nonostante le pressioni del business.

Lo smart working non è un cambiamento che attui dall’oggi al domani, non è stilare un regolamento. È un processo di change profondo che passa dalla testa, dalla formazione e dalla cultura delle persone in azienda. Lo abbiamo dovuto fare ad una velocità che non è consona ai processi di cambiamento. L’altro tema è che non abbiamo fatto vero smart working in questi mesi. È stato però comunque utile per dimostrare che lavorare al di fuori dell’ufficio è fattibile nell’80% dei casi, ma il processo va preparato e piano piano, come un terapia, deve trovare il proprio equilibrio. Più l’organizzazione è grande più è complesso farlo. Il punto è che lavorare per obiettivi è faticoso e ti espone perché ti richiede di portare dei risultati fidandosi gli uni degli altri. 

Per vedere gli ultimi minuti dell’intervista a Stefano clicca QUI

Avete mai pensato a quale possa essere lo spazio giusto per lo smart working?

Giacomo ha 47 anni, è CFO di AMC Italia e vuole portare al più presto all’interno della struttura una cultura più imprenditoriale e agile. Vuole che l’impresa sia guidata da una vision precisa: “Le persone devono lavorare in modo smart e per farlo serve un’azienda smart in tutto”.

Cambiare sede

Il cambio di sede, previsto in 12 mesi, avrebbe potuto rappresentare un primo passo concreto verso questo scenario dal punto di vista degli spazi e soprattutto nell’approccio ad un nuovo modo di lavorare. Purtroppo le proposte ricevute erano troppo focalizzate sulla dimensione estetico-funzionale degli spazi, ma le sfide per Giacomo e il board erano più complesse, perché legate agli approcci lavorativi delle persone e ad alcune abitudini non più funzionali alle sfide di business di AMC.

Un progetto ‘vivo’

Giacomo e tutto il board volevano un progetto ‘vivo’ inserito in una prospettiva a lungo termine, che fosse una leva di cambiamento culturale e non un semplice cambio di sede. Desideravano un progetto sostenibile e completo grazie al quale il management potesse condividere i valori fin dall’inizio cercando di ‘portare a bordo’ tutte le persone.

Quando Smartworking s.r.l. incontra Giacomo gli propone di lavorare in co-progettazione affrontando la sfida di ideare uno spazio di lavoro moderno per cogliere le opportunità di un nuovo modo di collaborare delle persone.
Federico Bianchi e Rosario Carnovale di Smartworking hanno aiutato AMC a realizzare un layout di spazi e tecnologie definitivo, affiancato da un piano di azioni di change management e di digital transformation per dare vita ad una azienda moderna.

Giacomo Montemagno - lo spazio giusto per lo smart workingL’intervista dopo il progetto

Federico Bianchi, founder di Smartworking s.r.l., ripercorre in questa intervista a Giacomo Montemagno le fasi del progetto mettendo in evidenza i primi passi di un’impresa che vuole diventare agile senza prescindere dalla connessione tra persone, tecnologia e spazi.

Inizio ringraziandoti, Giacomo, per il tempo che stai dedicando a questa nostra intervista e per gli spunti che darai ai lettori. Quando ci siamo incontrati hai detto che volevi una azienda smart in modo che le persone potessero lavorare in modo agile, c’è un episodio che ha scatenato questa idea?

L’input forte è arrivato dal direttore generale che non voleva semplicemente traslocare l’azienda. Posso dire sinceramente che non avevo colto subito il messaggio, infatti non intendeva solo l’aspetto materiale o l’adozione di soluzioni tecnologiche per renderci più digitali.
Inizialmente abbiamo pensato a postazioni wireless o sale riunioni con lavagne virtuali ma, nonostante questo non sia stato poi realizzato, abbiamo poi capito che si trattava di condividere l’idea di un cambio di cultura. Una domanda a cui rispondere è stata di sicuro ‘come organizziamo gli spazi?’ ma ci siamo resi conto che prima avremmo dovuto rispondere in modo chiaro a ‘come lavoriamo in questi spazi?’.
Avevamo bisogno di trovare qualcuno, ad esempio un consulente, per cambiare il nostro modo di lavorare e non avremmo potuto farlo da soli perché saremmo stati troppo influenzati dalla nostra esperienza.

Cosa significava lavorare in modo smart per Giacomo Montemagno, all’inizio del progetto? E oggi, cosa è cambiato?

Inizialmente conoscevo il concetto di smart working dal punto di vista del significato più comune, ma non avevo mai approfondito.
Mi sono documentato e ho iniziato a capire che avevamo bisogno di qualcosa che ci facesse sganciare, nel vero senso della parola, dalla postazione di lavoro.
Sono arrivato alla conclusione che, il cambio di sede, è stata una opportunità per cambiare il modo di relazionarci, di ridisegnare i processi partendo dal rapporto tra le persone e, successivamente, poterci dedicare alla progettazione degli arredi e delle strutture per diventare un’azienda smart.

Quali sono le caratteristiche di una persona che lavora in modo smart?

Innanzitutto deve essere in grado di rivedere costantemente quello che fa e come lo fa. Il modo migliore è chiedersi, per esempio: “Ha senso ciò che sto facendo? Ha ancora senso? Perché lo faccio in questo modo?”
Si tratta di mettere in discussione il modo in cui si lavora.
Farsi questo tipo di domande implica doversi dare delle risposte e per farlo, non è necessario essere in ufficio, otto ore davanti al computer o per forza seduti alla propria scrivania.
Probabilmente basterebbe investire tempo nel capire come lavorare nel miglior modo possibile, stando lontano dagli schemi e dal ‘abbiamo sempre fatto così’.

In quali abilità deve allenarsi una persona per lavorare in modo smart?

Ci si deve allenare a lavorare in squadra, riducendo distanze e gerarchie.
Il lavoro agile deve essere una questione che riguarda tutti, tutti devono adottare un atteggiamento smart.
Servono degli esempi concreti, delle indicazioni da seguire, ci devono essere dei percorsi. Per alcuni sarà più facile, per altri sarà più difficile, altri ancora avranno bisogno di più tempo ma una buona squadra sa coinvolgere tutti verso l’obiettivo.

Quali sono le paure più grandi di un CFO, sul lavoro agile?

Credo proprio che sia la perdita di controllo sotto vari aspetti: costi, efficienza o benefici.
Ci si deve rendere conto che viene attivato un processo che ha bisogno di tempo per dare i suoi frutti perché incide sulla cultura interna che si deve modificare e adattare. Da parte del management è necessario passare da un approccio di controllo ad uno di responsabilità. Solo questo atteggiamento permette allo smart working di garantire la produttività, l’efficacia e il ROI atteso.

E come si affrontano, secondo te?

Innanzitutto, parlo per i miei omologhi CFO o C level in genere, dobbiamo ‘saltare’ e, con coraggio, decidere di puntare sulla responsabilità più che sul controllo, come dicevo prima.
Ognuno di noi, persone di azienda a tutti i livelli, dobbiamo chiederci: “cosa farei se l’azienda fosse mia?”. Credo proprio che sia l’atteggiamento giusto per uscire dall’ottica di dipendente, creando dialogo su ogni cosa e scardinando gerarchie inutili.

In che cosa ti ha cambiato questo progetto?

Di sicuro sto progressivamente abbandonando l’idea di dover controllare tutto. Qualche piccola ansia c’è ancora ma posso dire che non si tratta di una necessità fondamentale.
Se ho bisogno di una conferma la chiedo, se ho un dubbio lo verifico. Ho acquisito consapevolezza che fiducia implica responsabilità e viceversa.

Se potessi conservare un ricordo del lavoro svolto, quale sceglieresti e perché?

Il primo workshop fatto insieme a Rosario e Federico con solo il gruppo dirigente.
Abbiamo veramente messo a nudo il modo di vedere l’azienda di ognuno di noi e le aspettative sul futuro dell’azienda. È stato utile e illuminante dare forma, attraverso le immagini, a ciò che si respira in azienda ed è stato efficace perché l’abbiamo fatto tutti insieme: marketing, HR, settore finanziario.
Ci siamo sentiti accomunati dalla stessa voglia di essere più leggeri e meno pesanti, seppur con obiettivi specifici differenti.

Come immagini AMC tra 10 anni? E Giacomo Montemagno?

Posso dire come mi piacerebbe vederla. Essendo un’azienda di vendita diretta mi piacerebbe vederla connessa in una maniera molto più stretta con la rete commerciale grazie alla tecnologia, all’essere smart e all’essere al passo coi tempi.
Vorrei che diventasse un’azienda attrattiva per i clienti e per chi vuole lavorare in AMC, che abbia una identità riconosciuta internamente ed esternamente.
Io mi auguro che ciò che faccio continui a piacermi e che piaccia a chi deve lavorare con me. Dieci anni però è un tempo troppo lungo per dire quale sarà ‘il mio posto nel mondo’ ma spero comunque di non avere rimpianti.

Immagina di raccontare la tua esperienza al CFO di un’altra azienda. Se volesse imbarcarsi in un cambio culturale per la sua azienda, da dove gli consiglieresti di partire, concretamente?

Gli direi di cominciare col chiedersi dove vuole andare e poi di mettere sul tavolo ciò che sente come un peso.
In ogni caso gli consiglierei di non farlo da solo, ma con persone che possano facilitare un vero e proprio percorso verso il lavoro agile, in grado di aiutarti a cambiare il punto di vista in termini di persone, spazi e tecnologia come è successo a noi in AMC.

Clicca qui per approfondire le attività svolte in AMC

Una città in fermento guida il lavoro agile, approccio e soluzione per conciliare tempo di lavoro e di vita, contribuire al benessere dell’ambiente e della comunità, garantire migliori prestazioni delle imprese. Alla vigilia della terza Giornata del Lavoro Agile, Cristina Tajani spiega come l’amministrazione comunale di Milano e la collettività si incontrano e fanno coworking.

Cristina Tajani, assessore alle Politiche per il lavoro, lo Sviluppo Economico, Università e ricerca al Comune di Milano: qual è il suo lavoro? Cosa viene prima?
Le deleghe si tengono, una con l’altra: la formazione è propedeutica al lavoro e quindi allo sviluppo economico. L’obiettivo finale è la creazione di una città in grado di offrire opportunità a un maggior numero di persone possibili. Non solo a chi è nato a Milano ma ai tantissimi che ci arrivano per studiare e lavorare. In questo modo si favorisce lo sviluppo dell’impresa innovativa e a impatto sociale e di nuove forme di organizzazione del lavoro.

Il lavoro “agile” è un fenomeno nuovo, cosa ne fa il Comune?
Rilancia la Giornata del Lavoro Agile – quest’anno siamo alla terza edizione – che non ha la pretesa di stravolgere l’organizzazione del lavoro nella città ma di indicare una possibilità. Lavorare anche da postazioni e luoghi non fissi consente infatti di conciliare tempo di lavoro e tempo di vita e risparmiare in spostamenti, traffico, emissioni di anidride carbonica, stress. In una città come Milano, in cui ogni mattina entrano oltre 500.000 persone che vivono nell’hinterland come anche in altre regioni, il tema della gestione del tempo del lavoro in maniera più agile ha impatti forti sia sulla persona sia sulla comunità. Credo che almeno dal punto di vista culturale e del dibattito l’obiettivo sia stato già raggiunto.

Esiste il lavoro agile per i dipendenti del Comune?
In occasione della Giornata del Lavoro Agile i quindicimila lavoratori del Comune di Milano avranno la possibilità di lavorare dalla postazione di un ufficio a loro più comodo. Potranno farlo attraverso una piattaforma digitale che consentirà di identificare, scegliere e prenotare una postazione libera presso i diversi uffici comunali in città. E’ un’ottima occasione per molti che spesso, per poter svolgere le proprie mansioni, devono spostarsi da un posto all’altro della città. Grazie a questo nuovo sistema, potranno invece gestire alcune attività anche lontano dalla loro scrivania. E’ chiaro che poi ci sono figure e mansioni – penso ai vigili urbani, agli insegnanti – che hanno più vincoli rispetto al luogo di lavoro.

Esiste il lavoro agile per Cristina Tajani?

Faccio e facciamo, come squadra, un lavoro impegnativo, che spesso non conosce molta distinzione tra tempo di vita e di lavoro. Insieme a Chiara Bisconti, assessora al Benessere, Qualità della vita, Sport e tempo libero, abbiamo una sensibilità su questi temi che ci deriva da esperienze lavorative precedenti. La città ci ha messo alla prova, noi rispondiamo.

Se lavorasse da un altro luogo potrebbe essere un esempio per i suoi collaboratori o lamenterebbero un’assenza?
Nulla può sostituire il contatto umano e alcune esperienze professionali che si fanno insieme ad altri. Tutto sta nel costruire un equilibrio utile a bilanciare tutte le necessità. La presenza, che può non essere quotidiana o per otto ore consecutive, è importante per la formazione di un gruppo professionale, e non è totalmente sostituibile.

Accenna al rischio che se si esce troppo non si è più un’organizzazione?

Sì, il rischio c’è, non è tragico a questo punto del discorso visto che il cambiamento culturale verso il lavoro agile è all’inizio in Italia. Bisogna ricordare che come tutti i gruppi, anche quelli produttivi e le organizzazioni di impresa hanno il bisogno di ritrovarsi.

A proposito di rischi, lo corrono le donne nel rimanere volontariamente fuori ufficio, vicine alla cura di casa e famiglia, più degli uomini se anche tra questi ultimi non si fa strada l’idea del lavoro agile come opportunità?
E’ un aspetto controverso e ambivalente che già in passato è stato evidenziato dalle organizzazioni sindacali rispetto al tema del telelavoro: meno presenza in ambito lavorativo, più rischio di isolamento sociale per alcune figure professionali e per le donne. E’ il tema del rischio di non riuscire mai a separare la vita dal lavoro. Si tratta di una questione di bilanciamento e di capacità degli ambiti professionali di non segregare rispetto alle scelte di vita, insomma di includere. Oggi sappiamo che le organizzazioni che sono in grado di gestire la diversità ai vertici dell’azienda hanno anche migliori performance economiche. Gestire scelte, modalità e approcci diversi è una risorsa per l’organizzazione e non un limite.



Tra le modalità diverse di lavorare agile c’è la scelta del coworking, spazi di lavoro condivisi. Quanto ci crede Milano, quanto funzionano?
Al momento siamo l’unico comune che non ha voluto affiancare l’iniziativa privata con quella pubblica, cioè con un coworking comunale usando stabili dismessi da affittare per fare spazi di lavoro condivisi. Nel 2011-2012, quando abbiamo cominciato a occuparci della materia, l’iniziativa privata e spontanea del territorio si era già organizzata e noi abbiamo ritenuto più utile valorizzare gli spazi esistenti. Da qui è nato l’albo qualificato degli spazi di coworking.
Con la terza edizione della Giornata del Lavoro Agile vogliamo raggiungere lo sterminato numero di piccole e medie imprese che operano sui nostri territori e mostrare loro che nuove modalità e nuovi spazi di lavoro sono possibili e vantaggiosi. Lo spirito è anche quello di infrangere qualche tabù e scagliare pietre in quello che sembra lo stagno del dibattito: non solo allora grandi imprese e multinazionali, non solo free lance e studi professionali. Cerchiamo di arrivare a tutti e di far arrivare tutti al lavoro.

Quali sono gli strumenti del suo lavoro, quelli che lo rendono più semplice, più agile?
…L’ipad, da cui non mi separo mai, che mi serve per scrivere e per comunicare con le persone del mio staff.


La Terza Giornata del Lavoro agile si svolgerà a Milano il 18 febbraio 2016, tutte le informazioni utili si possono trovare su lavoroagile.it.
E’ stata inoltre realizzata una WebApp per la prenotazione degli spazi di lavoro all’indirizzo giornata.lavoroagile.it

Per il nostro Blog abbiamo pensato di coinvolgere Alessia Rapone, giornalista già interessata al mondo dello smart working che ha curato proprio, su questo tema, alcune puntate della trasmissione radiofonica di Rai Radio3 “Tresoldi”.

Alessia ha realizzato per noi alcune interviste che pubblicheremo nei prossimi giorni, qui di seguito trovi la seconda ma se ti sei perso la prima a Federico Bianchi puoi leggerla a questo link.


Il lavoro agile non esiste, esiste il lavorare bene. Per Rosario Carnovale è il passaggio dal concetto di task a quello di purpose che permette di trovare il proprio ruolo e il proprio scopo, al di là dei compiti della giornata e per il bene di azienda e dipendente.

Rosario, sei un lavoratore smart?

Sì, se si intende muoversi con la testa oltre che con le gambe. Lavoro in un’azienda di consulenza, la maggior parte di noi sta presso i clienti, in un certo senso siamo già “smart”, per modalità e tempi di lavoro. Vengo da un’esperienza di 10 anni in una multinazionale in cui, vuoi per la dimensione vuoi per la necessità di regole e leggi, lavorare smart era più forma che sostanza. Certo, ognuno poi trova la propria dimensione e lì lavoravo a due minuti da casa.  Ma a un certo punto ho lasciato e adesso è diventato importante poter lavorare uno, due giorni a settimana vicino casa.

Dove lavori ora?

In tre posti, ma non contemporaneamente. Mi muovo tra Milano, Vercelli, Chiavenna. Proprio a Chiavenna, in Valtellina, abbiamo una sede dedicata alla nostra formazione, è un convento del 1600 dove facciamo workshop, incontri, è adatto alla concentrazione più che al lavoro di routine. E’ il nostro luogo di meditazione.

Cos’è per te il lavoro agile?

In realtà il lavoro agile non esiste, esiste il lavorare bene. Bisogna vincere il concetto che ti lega al contratto inteso come cartellino e basta e alla produttività a tutti i costi. Si tratta di una battaglia di mentalità, quindi culturale. Mi spiego, quando le aziende cominceranno a capire che per vincere la competizione globale bisogna avere dipendenti felici, allora tutti avranno vinto: solo risorse motivate possono fare di più. Le nuove aziende lo stanno imparando, penso alle start up, e lo stanno imparando almeno per un fattore: la capacità di attirare talenti. I talenti non vanno a lavorare per chi li annoia, o in luoghi noiosi, dove c’è scarsa motivazione. Se io datore di lavoro metto al primo posto la felicità, è sì un vantaggio egoistico ma è un bene per tutti.

Facciamo un esempio concreto?

Mi viene in mente il tavolo da ping pong nella nostra sede, non nell’ex convento. All’inizio qualcuno aveva paura a farsi vedere, invece ora lo usiamo e i risultati si vedono, verso noi stessi più ricaricati, verso il cliente contento e verso il capo. Voglio dire, non è più il tempo della mera produttività come negli anni Settanta, Ottanta. Se si deve guardare indietro, ricordiamo piuttosto Adriano Olivetti e l’esperienza di Ivrea.

Perché pensi a Olivetti?

Prima di tutto questo io facevo il business coach e la domanda che ponevo era: perché non c’è più collaborazione e serenità in azienda? Perché viene il lavoro sacrificato sull’altare del controllo a tutti i costi, ecco la risposta. Noi invece sappiamo che se il dipendente lavora tanto soltanto perché è costretto, l’azienda riceverà da lui sempre qualcosa di sufficiente e mai di eccellente, invece l’eccellenza va alimentata. L’ho visto anche sulla mia pelle e per questo ricordo Olivetti e la fabbrica che va oltre l’impegno quotidiano: siamo fatti per lavorare per “purpose”, non per “task”, cioè per scopi non per compiti, è un concetto più ampio, io sto ricercando qualcosa di più del compito della giornata e allora la mia motivazione cresce.

Qual è allora il tuo “purpose”?

Quando vado da un cliente sto svolgendo un task, ma io parto dal fatto che sto facendo innovazione, quello è il mio purpose, lo scopo più grande, e sono un agente di cambiamento e di innovazione in Italia. E questo arriva. E’ una questione di postura, di come ti poni verso te stesso e verso gli altri.

La situazione economica spesso non aiuta…

Proprio i tempi di crisi dovrebbero invece aiutare a riflettere e agire per venirsi incontro. Come? Dammi di meno ma concedimi lo smart working. Potrà essere complicato per via della burocrazia sul lavoro, ma oggi la produttività è avere persone motivate e aziende più competitive.

Da sempre nel settore vendite, a 33 anni Rosario Carnovale decide di lasciare la grande multinazionale del software, poi crea una piccola realtà per sostenere le aziende nel cambiamento di business e di gestione delle persone, poi ritorna a essere dipendente felice, con testa e postura smart.

Per il nostro Blog abbiamo pensato di coinvolgere Alessia Rapone, giornalista già interessata al mondo dello smart working che ha curato proprio, su questo tema, alcune puntate della trasmissione radiofonica di Rai Radio3 “Tresoldi”.

Alessia ha realizzato per noi alcune interviste che pubblicheremo nei prossimi giorni, ecco la prima, buona lettura!


Lo smart working non è il futuro ma il presente possibile per lavorare meglio, raggiungere gli obiettivi professionali, rispettare l’ambiente. Ci crede Federico Bianchi, imprenditore lombardo che vuole traghettare aziende e persone verso il lavoro agile, grazie a un’app e col mito di Ulisse.

Cos’è lo smart working per te?
E’ il punto d’incontro fra i bisogni di una persona e le sfide aziendali. Mi spiego, non significa per forza lavorare fuori il luogo e il tempo dell’ufficio ma trovare il punto di contatto sui risultati attesi: il lavoratore ha maggiore libertà personale e professionale, l’azienda fa business e raggiunge gli obiettivi. Si tratta, nell’aspetto più concreto, di un movimento verso un luogo facile da raggiungere e in cui concentrarsi e lavorare bene.

Come si lavora in azienda?
In azienda… si lavora dentro l’azienda. Le persone invece devono concentrarsi sul proprio lavoro e non sforzarsi di raggiungere il sistema di timbratura col badge. Lavorare significa prendersi delle responsabilità, darsi degli obiettivi e portarli a termine, se ci sono problemi affrontarli in modo professionale. Il luogo non deve diventare un vincolo quando impone alla persona meccanismi di adattamento che lo deconcentrano rispetto all’obiettivo professionale. E questo riguarda sia il dipendente sia l’azienda e i costi fissi che deve sostenere, pensiamo alle funzioni di facility management. Lasciamo allora che il costo di una finestra rotta ricada su un luogo altro rispetto alla sede aziendale e non sia più una responsabilità dell’azienda. Lasciamo che un fornitore apra le porte di un suo spazio e ripari la finestra, noi concentriamoci piuttosto sul contenuto del lavoro.

Come si concretizza la libertà di scelta del luogo di lavoro?
Il mio progetto è offrire un servizio che traghetti aziende e persone verso il lavoro agile attraverso un’app dalle funzionalità semplici e immediate e aperta a tutti. che permetta di vivere anche solo per un giorno una vera e propria smartworking experience. L’app permette di individuare, anche grazie alla segnalazione di altri utenti, i luoghi più adatti a rispondere ai bisogni della propria giornata lavorativa – se devo concentrarmi o fare formazione o entrare in relazione con altre persone – e a fare check in, cioè registrarsi al momento di inizio attività per far sapere all’azienda dove mi trovo e che sono operativo. Poi ci sarà una forma di verifica del proprio modus operandi, ossia una statistica di quante giornate ho lavorato a casa, in coworking, in sede. Su questa piattaforma poi le aziende potranno far registrare i propri dipendenti offrendo la possibilità di vivere una vera e propria smart working experience che può essere di un giorno soltanto, a pacchetti, in base alle necessità condivise. Anche singoli lavoratori, sempre dipendenti, potranno usare l’app, prenotarsi in uno spazio di coworking e vivere un’esperienza nuova. A Milano uno spazio di coworking dedicato e già verificato è Copernico, a via Copernico 38. Si prova e poi si tirano le somme sui ritorni dei singoli in relazione all’esperienza vissuta. Del resto, chiunque abbia uno spazio e voglia metterlo a disposizione può farlo semplicemente contattandoci.

Il progetto funziona se le aziende faranno alzare i dipendenti dalla sedia…
Il lavoro è concentrarsi sulla creazione di valore e liberarsi dai vincoli. Per questo nasce l’app, per questo a febbraio 2015 è nata Smartworking srl, l’iniziativa che offre soluzioni tecnologiche per aiutare in maniera fattiva il dipendente e l’azienda.

Perché le aziende dovrebbero dirti di sì?
Se desiderano dare valore alle proprie risorse, se vogliono risparmiare soldi nella gestione degli asset, per adeguarsi ai tempi e alle necessità che cambiano, per contribuire a ridurre l’impatto ambientale, se vogliono passare da un modello basato sul controllo a uno basato sulla fiducia e maturità del lavoratore. Per tutti questi motivi dovrebbero dire sì.

Sei consapevole che si tratta soprattutto di cambiare il modello mentale?
Finora il modello è lo spostamento casa-lavoro, io vorrei che le persone vivano le proprie “adiacenze”, che non solo usino meno l’automobile ma che conoscano e usino di più il proprio quartiere, il tessuto urbano di riferimento, ne guadagniamo in relazioni proficue. E’ un cambiamento, e un movimento, che è già in corso, la domanda è: vuoi far parte dell’evoluzione o subirla? Io dico alle aziende, sperimentiamo, ciascuna con la propria forma di smart working in base alla propria identità, perché ciascuna deve trovare il proprio modo per evolvere. L’importante è partire, mettersi in viaggio, come fece Ulisse: girò in lungo e largo nel Mediterraneo ma lo fece perché aveva ben chiaro il punto di riferimento a cui tornare, Itaca, casa. Non è la prigione di ogni giorno, la sede aziendale, ma il punto di riferimento anche per le attività fuori dal suo perimetro.

Aspettiamo allora l’uscita dell’app e in bocca al lupo per l’avventura in mare aperto.
L’app uscirà a fine ottobre sugli store iOS e Google Play. Il 20 ottobre parteciperò a Milano al convegno di presentazione dei risultati della ricerca 2015 dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico. Grazie per gli auguri, buona navigazione a tutti.

Nei primi anni del 2000 Federico Bianchi si è occupato di mobilità sostenibile per ridurre gli impatti ambientali degli spostamenti casa-lavoro e favorire il welfare aziendale. Ora fa un salto in avanti e alle aziende propone di far scegliere ai propri dipendenti la sede di lavoro.